Mappe, paesaggio e progetto

 

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Epíleg del llibre “Un altro mediterraneo. Progetti per paesaggi critici“, editat a cura de Daniela Colafraceschi i amb la coordinació editorial de Fabio Manfredi (Altralinea Edizioni, 2015).
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Mappe, paesaggio e progetto

La cartografia è uno strumento imprescindibile per comprendere e allo stesso tempo progettare la realtà. Detto in altro modo, cartografare è anche una maniera di progettare la complessità di un luogo o di un territorio. Per una determinata comunità, la cartografia codifica e registra i suoi territori fisici, mentali ed emozionali, i suoi desideri, la sua realtà; in definitiva il suo mondo. È uno strumento per orientarci, ma anche per indagare tutto quanto sia ancora sconosciuto. Mentre la nostra cultura ha saputo progredire scoprendo e riformulando con più o meno successo strumenti di interpretazione dei paesaggi urbani e naturali, sono invece mancati i riflessi necessari per intendere e pensare al futuro a partire dalle caratteristiche di molti altri paesaggi – come quelli della periferia, quelli rurali o del turismo – nella capacità di interpretare l’origine dei cambiamenti e delle dinamiche che hanno generato, i valori che lasciano emergere, o le loro potenziali sinergie positive.

Aspiriamo a realizzare paesaggi di qualità, alla scala dei luoghi, a che si dia senso e significato anche a quegli ambiti più banalizzati, spazi dimenticati, marginali, o socialmente meno considerati. Perché si impregnino di carattere, siano capaci di recuperare la memoria e la identità del luogo e possano farlo in sintonia con la popolazione locale. Questa sensibilità – nel fondo estetica – deve superare il carattere ‘cosmetico’, ornamentale o meramente formale di determinati interventi (spesso dominanti) e promuovere il recupero della vitalità del paesaggio che gli è propria, tanto da un punto di vista fisico come ambientale, economico o sociale.

Dobbiamo rispondere alla grande sfida di interpretare, cartografare e progettare i paesaggi contemporanei, di una leggibilità oggi molto complessa. Questo rende imprescindibile anche saper cogliere la percezione che hanno le persone e tutti gli ‘utenti’ e agenti sugli aspetti intangibili dei loro paesaggi, come è il ‘senso di luogo’, la memoria del territorio, le sensazioni e le emozioni che ci producono, e ricorrere ad uno sforzo di immaginazione in più, per superarare i modelli classici di una loro rappresentazione.

I “Cataloghi del Paesaggio della Catalogna” per esempio, ci permettono identificare diversi valori –o differenti tipi di valori – nel paesaggio, attribuibili alle popolazioni che li vivono o che li godono come tali, che siano naturali, estetici, storici, d’uso sociale o produttivo, simbolici e identitari, o spirituali; valori e dinamiche che hanno reso comprensibile l’enorme varietà delle realtà paesaggistiche esistenti, eppure, senza disporre di nessun riferimento previo, e nella piena coscienza di non essere arrivati allo stadio finale di questa indagine.

Questa complessità ci obbliga e rivedere il sistema tradizionale di un progetto ‘classico’ ed esplorare nuove formule per leggere, e rappresentare la complessità attuale. Ora più che mai dobbiamo domandarci di quali ‘cartografie’, di quali ‘mappature’ abbiamo bisogno per interpretare, rappresentare e progettare i paesaggi di oggi e di quelli che verranno, con la convinzione che la realtà contemporanea esige sempre di più una grande capacità di interrelazione, di dinamismo, di comunicazione e azione collettiva.

Cartografare la complessità

Tutti i paesaggi sono importanti. Questo è uno dei messaggi fondamentali che ci trasmette la Convenzione Europea del Paesaggio, promossa dal Consiglio d’Europa e approvata a Firenze nell’ottobre del 2000. Vuol dire che di fronte ad una concezione ridotta di paesaggio, presente in differenti regimi giuridici europei, dove si vincola il paesaggio soltanto a luoghi eccezionali, per la Convenzione tutti i paesaggi sono importanti, tanto quelli urbani come quelli rurali, tanto i degradati come quelli di grande qualità, tanto gli spazi ‘singolari’ come i quotidiani.

È abituale che le cartografie di paesaggio pensate per rappresentare progetti per il futuro, strategie o proposte concrete si centrino in spazi concreti, più o meno estesi, e lascino il resto ‘in bianco’. Si deve tuttavia tenere molto presente che le parti ‘in bianco’ delle mappe, possono indurre inizialmente a pensare che esistano elementi o luoghi paesaggisticamente meno rilevanti, e quindi che non debbano essere oggetto di gestione e sistemazione. Il fattore di innovazione oggi, nelle politiche del paesaggio tende ad evitare la differenziazione estrema tra alcuni paesaggi ed elementi di eccellenza, ed altri che invece non lo sono e che si suppone non abbiano alcun valore o che ne abbiano ben poco. La cartografia dei paesaggi pertanto, è uno strumento di supporto alla sistemazione, gestione, tutela e progetto di tutti i paesaggi e, di conseguenza, riguarda tanto i paesaggi più riconosciuti, come quelli che si possono considerare a rischio, nell’intento di migliorarli o evitare il peggioramento ulteriore della loro qualità. Sarebbe un grave errore e comporterebbe un allontanamento dai principi della Convenzione Europea dirigersi solo agli spazi di eccellenza e lasciare a parte o minimizzare l’importanza di tutti gli altri, perchè in una ottica ormai inclusiva, sono soprattutto questi ambiti a reclamare gestione e innovazione di intervento.

Dobbiamo ora introdurre un’ altra considerazione: una mappa d’uso del suolo, non è una mappa del paesaggio. Se si intende il paesaggio come una somma di natura e cultura, di passato e presente, di conoscenze e sentimenti, si può allora convenire che paesaggio, territorio e ambiente non sono lo stesso, per quanto tra loro connessi e in relazione. Una delle prime conseguenze cartografiche di questa constatazione è, per esempio, la natura di una ‘mappa d’uso del suolo’. Le ‘mappe d’uso del suolo’, rappresentano un determinato ritratto fisico del territorio, mostrano una struttura obiettiva, possono aiutare a comprendere i processi sociali, culturali ed economici che hanno condizionato forme di occupazione del territorio, e a progettare l’evoluzione di scenari futuri; sono anche – e spesso – fondamentali come base di informazione per cartografare i paesaggi, per la possibilità che offrono di combinarsi tra loro e con altre ulteriori informazioni, per quanto non siano per se stesse una ‘mappa del paesaggio’, intendendo il paesaggio per come appena detto.

Un’altra questione rilevante attiene il dinamismo del paesaggio, il suo essere in continua trasformazione, come attitudine in netto contrasto con una mappa convenzionale che nel fondo è una rappresentazione statica, che rende difficile l’espressione di questi cambiamenti permanenti. Così, l’ulteriore sfida con la quale facciamo i conti, è che una mappa delle dinamiche dei paesaggi non dovrebbe riflettere altro che le trasformazioni negli usi del suolo agricolo, forestale o urbano, o anche l’evoluzione dei settori economici, per quanti siano i dati che si dispongono: una mappa dunque di dinamiche territoriali, di dinamiche del paesaggio che dovrebbe includere le dimensioni emozionali e percettive di questo cambiamento. Dinamiche come sono l’alterazione della fisionomia, dell’aspetto tradizionale dei nuclei abitati o delle emergenze, degli elementi di riferimento simbolico del paesaggio o ancora la modificazione visiva degli accessi ai paesi, accolgono e assumono la visione collettiva di una realtà paesaggistica in forte cambiamento.

Dunque, con tutta la complessità che implica, cartografare le dinamiche è imprescindibile per comprendere e aiutare a far comprendere l’evoluzione dei paesaggi contemporanei. Si rileva inoltre come queste realtà territoriali, creino una vincolo molto più stretto con i sistemi di pianificazione territoriale e urbanistica, adeguandone il loro uutilizzo per differenti politiche settoriali. Ed infine il sentimento di appartenenza a un paesaggio (o ad un altro vicino) espresso dalle popolazioni, rappresenta un altro esempio della difficoltà che abbiamo spesso nel decidere dove comincia e dove finisce un paesaggio che è riconosciuto da una collettività. Questa complessità nella delimitazione dei paesaggi si riflette nella difficoltà di rappresentarli cartograficamente: come si può infatti esprimere graficamente un limite che è diffuso?

La necessaria convergenza tra discipline

La mappatura del paesaggio pone sul tavolo di discussione sfide e dubbi relativi la sua rappresentazione, che ambiti professionali e di ricerca sul paesaggio raccolgono, affrontandole e condividendole, tra discipline differenti, come la geografia, l’architettura, le scienze ambientali, la cartografia, il disegno l’agronomia, le telecomunicazioni e l’arte. Questa necessaria convergenza, tanto accademica come professionale, fornisce per ogni campo disciplinare, una determinata capacità d’osservazione – empatia per il luogo cartografato, modelli di rappresentazione ed innovazione tecnica – in un settore che è stato tradizionalmente divergente come il paesaggio; una attitudine che sta mettendo in valore le stesse potenzialità del paesaggio, ampliandone i punti di vista, e portando soluzioni cartografiche ogni volta più suggestive, in grado di superare gli approcci più tradizionali e convenzionali.

Paesaggi emergenti, cartografie emergenti

L’ingente mutevolezza dei paesaggi contemporanei induce al costante emergere di nuove forme di paesaggio che dobbiamo scegliere, capire, rappresentare e alle quali si devono dare risposte adeguate. Un’osservazione attenta alla realtà del Mediterraneo, permette individuare quegli indici di una sua trasformazione che ci possono indirizzare verso una proiezione futura dei suoi paesaggi. Si tratta di paesaggi emergenti, che annunciano trasformazioni future nel paesaggio, più significative di quelle attuali.

Qualcosa che emerge, è qualcosa che sorge, che lievita, che cresce. Quanto emerge è anche qualcosa che si relaziona con il proprio tempo, e dunque con la propria contemporaneità. Il filosofo italiano Giorgio Agamben, nel suo magnifico saggio “Che vuol dire essere contemporaneo”, afferma quanto segue: “Appartiene veramente al suo tempo, è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace piú degli altri di percepire e afferrare il suo tempo”. (Agamben, 2008) Se la contemporaneità è, come propone Agamben, questa relazione singolare con il proprio tempo, come ‘adesione’ ma allo stesso tempo come ‘presa di distanza’, i paesaggi emergenti sono precisamente l’espressione più attuale dei paesaggi contemporanei.

Nell’ambito del bacino Mediterraneo, stanno emergendo negli ultimi anni, paesaggi che portano impliciti valori o presentano dinamiche difficili da trasporre adeguatamente in una mappa e che quindi obbligano ad esplorare strade più immaginative di rappresentazione. Eppure, a paesaggi emergenti, dobbiamo ricorrere a cartografie emergenti. L’elenco di questi paesaggi è lungo e presenta livelli di consolidamento e stadi di sviluppo più o meno elevati e anche differenti tra loro. I cataloghi del paesaggio hanno permesso identificare e analizzare molte di queste dimensioni e le cause che li hanno portati ad ‘emergere’: si sono analizzate le loro caratteristiche, si sono definiti gli obiettivi di qualità paesaggistica, e in qualche caso si è arrivati anche a poterli delimitare su una mappa. Evidentemente non esiste la bacchetta magica per rappresentare alcune di queste nuove realtà che emergono, a scala differente, e bisognrebbe anche domandarsi se si debbano effettivamente cartografare o fino a che punto lo si possa fare.

Quali sono questi paesaggi emergenti? Quali rappresentazioni inducono, che siano efficaci e capaci di rispondere a questa ‘contemporaneità’? I paesaggi del cambiamento climatico, i paesaggi del nuovo paradigma rurale, quelli del recupero di identità perdute, quelli della crisi economica, i paesaggi riciclati, i paesaggi transfrontalieri, o incluso quelli virtuali, quelli che emergono e diventano visibili ovunque, o anche luoghi senza un paesaggio reale e che possono arrivare a generare nuove identità.

Per concludere

Le sfide che ci presenta oggi la cartografia del paesaggio ci fanno capire che abbiamo una lunga strada da fare e abbiamo appena iniziato a camminare. La cartografia del paesaggio aiuta – o dovrebbe aiutare – a rendere intelligibile la complessità del paesaggio, dovrebbe essere uno strumento al servizio di una presa di decisione e contribuire così alla sensibilizzazione paesaggistica delle istituzioni e della società in generale. Tuttavia, ci troviamo davanti all’intento di rappresentare una realtà molto complessa come è il paesaggio, dove gli strumenti che offre la cartografia convenzionale non sono sufficienti ma riduttivi e bisogna trovare altri strumenti per rendere più evoluti quelli attuali. Di conseguenza, probabilmente anche i sistemi di pianificazione basati sulla cartografia convenzionale, dovranno sostituirsi o progressivamente rendersi complementari ad altri, in grado di esprimere e dare spazio a quelle forme espressive che creano o ri-creano il paesaggio come sono la fotografia, le arti visive, e le arti grafiche, per citare solo tre manifestazioni artistiche, così come le enormi possibilità offerte dalle nuove tecnologie e le reti sociali. In definitiva necessitiamo di mezzi e metodi che permettano di interpretare i segni che anticipano cambiamenti rilevanti nei paesaggi e identificare le formule che li possano esprimere, per comprendere meglio a gestirli, progettarli, o comunicarli.

I progetti inclusi in questo libro, sono pieni di ipotesi, idee e indizi, che pongono in valore la ricerca che hanno affrontato, complessa e interessante, tessuta nei laboratori universitari, ma aperta alle condizioni e alle dinamiche insite nei progetti dei paesaggi futuri.

Pere Sala i Martí, 2015


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Sala, P. (2015). “Epilogo: Mappe, paesaggio e progetto” dins Colafranceschi, D. (ed.). Un altro Mediterraneo. Progetti per paesaggi critici. Roma: Altralinea Edizioni; p. 235-240.

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